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Link interessanti
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Rassegna stampa sul poligono
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bibilografia
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Bibilografia
Brogioni L., Miotto A., Scanni M., "L'italia Chiamò uranio impoverito: i soldati denunciano", Edizioni Verdenero, 2009 |
Eugenio Campus., "Il pettine senza denti", Applidea Editrice, Cagliari 2008 |
Carlotto M., "Perdas de fogu", Mama Sabot Editore, 2008 |
Laccetti Emerico M., "Due guerre. Dai campi di battaglia dei Balcani alla lotta contro il cancro da uranio impoverito", Memori Editore, 2008 |
Stigliani P., "Fragole e uranio. Scanzano Jonico: storia di una rivolta" Palomar Alternative Editore, 2008 |
Di Pietro G., Accame Falco, "Uranio impoverito. La verità. Giulia Di Pietro intervista Falco Accame"Malatempora Editore, 2006 |
| Zucchetti M., "Uranio impoverito. Con elementi di radioprotezione ed utilizzo delle radiazioni ionizzanti" CLUT Editore 2006 |
Divertito S., "Uranio, il nemico invisibile", Infinito Edizioni, Roma 2005 |
Leggiero D., "Uranio. Storia di un'Italia impoverita", MIR Edizioni 2005 |
| Vallese F., "Uranio impoverito sciagura del nostro tempo", Serarcangeli Editore, Roma 2001 |
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Dramma nascosto di Escalaplano
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| IL DRAMMA NASCOSTO DI ESCALAPLANO: NOVE NASCITE ANOMALE IN DIECI ANNI |
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21 febbraio 2002 di Piero Mannironi
ESCALAPLANO. Sono numeri che fanno paura. Certo, devono essere letti, analizzati e interpretati secondo criteri scientificamente certi e statisticamente corretti. Non possono cioé diventare un elemento gratuito di allarme o essere utilizzati per denunce scandalistiche. Al contrario: si tratta di numeri che devono essere usati con prudenza, e che, in ogni caso, devono sollecitare una riflessione seria, approfondita e senza reticenze, per capire cosa sta realmente accadendo nel Sarrabus. Per chi fa informazione, riferire ciò di cui si viene a conoscenza, è un obbligo. Secondo la legge, la deontologia e i principi più profondi della coscienza civile. Non sono concesse omissioni, quindi. Ecco perché non possiamo non dire quanto abbiamo scoperto. Dunque, i numeri crudi sono questi: negli anni Ottanta, a Escalaplano, sono nati nove bambini che presentavano evidenti malformazioni o handicap fisici. E di questi nove casi, ben cinque sono addirittura concentrati in un solo anno: il 1988. Due elementi necessari per capire meglio la rilevanza del fenomeno: Escalaplano conta una popolazione di circa 2.600 anime e il tasso di natalità medio oscilla tra i 19 e i 21 neonati l'anno. Ci sono stati comunque anche anni nei quali si sono verificati dei picchi verso l'alto e si sono raggiunte le 35 unità. Nell'88, statisticamente, si è quindi verificato il 23,8% di nascite anomale. Sembra del tutto evidente che, al di là di ogni considerazione di merito, l'incidenza delle anomalie e delle deformità nei bambini nati a Escalaplano negli anni Ottanta, vada ben oltre la cosidetta soglia critica. Cioé il paese rientra sicuramente in una drammatica condizione di eccezionalità. Ma vediamo nel dettaglio i fatti, riferendo la tipologia delle anomalie riscontrate. Due bambini (uno nato nel 1984, e deceduto purtroppo due anni dopo, e l'altro nell'88) hanno presentato gravi deformazioni al capo. A due (uno nato nel 1980 e uno nel 1988) sono state riscontrate condizioni patologiche del sistema genitale. Si tratterebbe di ermafroditismo o pseudoermafroditismo. Una bimba (nata nel 1988) presentava l'apparato digerente incompleto: era senza ano. Poi, due casi di manifestazioni patologiche agli arti. Nel primo, il neonato era senza le dita di una mano, nell'altro non c'è stato un normale sviluppo delle gambe. E infine gli ultimi due casi: una neonata con la bocca attaccata all'orecchio, che ha dovuto affrontare una lunga serie di interventi di chirurgia plastica, e una con una malformazione a una spalla. Questi i casi dei quali siamo venuti a conoscenza. Li riferiamo così, ovviamente senza nomi, nel tentativo di far capire la gravità di quanto è accaduto a Escalaplano. E' comunque importante sottolineare che la drammatica lista di sofferenza potrebbe essere più lunga. Nel senso che potrebbero esserci altri casi. Avere informazioni è difficile, se non impossibile. Prima di tutto perché esiste una comprensibile riluttanza a pubblicizzare dolorosi drammi familiari. Atteggiamento più che legittimo, e che merita il massimo rispetto. Ma a noi spetta indagare. Non penetrare nel privato delle famiglie, ma semplicemente avere delle cifre, dei dati, per poter poi chiedere che su questo paese, su questa realtà marginale e dimenticata, venga fatto un accertamento serio. Perché si accertino le cause di questo fenomeno e si impedisca così che si possa ripetere. Impossibile, a questo punto, non azzardare qualche ipotesi. Il corollario è: esiste probabilmente qualche fattore che, soprattutto negli anni Ottanta, ha condizionato negativamente la gravidanza di nove madri a Escalaplano. Un fattore che può essere di tipo farmacologico o di tipo ambientale. Il primo passo per capire, quindi, è molto probabilmente quello di verificare se un gruppo di donne incinte del paese abbia assunto farmaci che possono avere provocato effetti devastanti sui feti. Poi, ci sono i fattori ambientali. E qui non si può ignorare che Escalaplano è a un tiro di schioppo dal Poligono sperimentale interforze del Salto di Quirra. Un'area militare in questi giorni nella bufera, per i tredici casi di tumore del sistema emolinfatico riscontrati intorno e dentro la base di Capo San Lorenzo. L'interrogativo, inquietante, è quasi naturale: in quel poligono sono state utilizzate armi all'uranio impoverito o è stato stoccato materiale radioattivo che può avere concorso a provocare malattie e deformazioni? A noi il diritto di chiedere, ad altri il dovere di rispondere.
Piero Mannironi
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Libro di Falco Accame
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- C’è poi il dibattito francese dell’Istituto St. Denis su maternità e uranio, del tutto sconosciuto in Italia. E quello sulle malformazioni alla nascita, che esulano propriamente dalle patologie tumorali. Agli atti del Parlamento c’è l’audizione del 20 aprile 2004 del Generale medico Michele Donvito. In quell’occasione l’on Pisa (DS) e il Gen. Angioni hanno
accennato al fatto che al personale militare fossero state fatte alcune raccomandazioni affinchè non mettesse al mondo figli per almeno tre anni dopo il rientro dalle missioni. Tuttavia questo problema, così come quello delle
malattie neurologiche, non viene mai menzionato. Si sono verificati casi di nascita di bambini malformati. E ciò anche tra i civili in zone incluse nei poligoni di tiro. Ad esempio, ad Escalaplano, un paese dell’area del poligono di Salto di Quirra.
Le problematiche delle malformazioni alla nascita non sono state prese nemmeno in considerazione dalla Commissione Mandelli e sono state escluse addirittura nel mandato. Non è stata neppure invitata ad indagare in merito,
pur essendo noto ciò che era successo nella Guerra del Golfo per i reduci USA e per tanti cittadini iracheni. E pur essendo i rischi di malformazioni alla nascita presi in considerazione come possibili effetti dalla contaminazione da........ continua .
Scarica QUI GRATIS il libro di Falco Accame. 
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Al Corriere Canadese . Quotidiano Canadese in lingua Italiana
Lunedì 23, Novembre, 2009
http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=94087
«Nel poligono qualcosa che fa paura»
L’esperta Antonietta Gatti parla della situazione a Salto di Quirra
Di ELENA SERRA
La dottoressa Antonietta Gatti, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è probabilmente la voce scientifica più autorevole che possa spiegarci in quale situazione ambientale vivono i militari del Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra (P.I.S.Q.) in Sardegna, e i residenti del posto. La dottoressa Gatti ha svolto ricerche direttamente sui tessuti di alcuni pazienti per conto dell’Asl di Cagliari.
Successivamente, ha lavorato come consulente della Commissione Uranio Impoverito del Governo - XIV legislatura. È stata nel Poligono e ha svolto analisi. È stata a capo di una task force per il Poligono di Salto di Quirra - altro nome che indica l’ampia zona del Poligono - durante l’inchiesta della seconda Commissione - XV legislatura - e afferma che vi è una correlazione fra le attività militari e le patologie della popolazione, comprese le malformazioni dei bimbi di Escalaplano degli anni ’80.
Dottoressa, 32 casi di tumori e leucemie su 150 abitanti. Sono davvero percentuali nella norma?
«I medici non sono scienziati, usano metodi di calcolo statistici e non trattano i casi singoli. Loro calcolano tutti gli ammalati della Sardegna, compresi quelli delle zone fortemente industrializzate dove i morti sono anche di più di quelli della zona di Quirra, e in questo modo questi dati appaiono nella media. Io parto da un altro presupposto. Qui ci sono polveri di un certo tipo. Quando c’è un’esplosione il fumo rimane sul luogo, le polveri non vanno via ma si depositano. Io ho analizzato l’erba e vi ho trovato metalli pesanti, tanto che non mangerei mai il formaggio fatto col latte di quelle mucche, e è per questo che ho chiesto che venissero condotti controlli al riguardo».
Ha mai trovato tracce di uranio impoverito?
«Ho condotto studi al riguardo, ma non ho mai trovato tracce di armi all’uranio impoverito. Ma nel Poligono di Quirra c’è dell’altro e spaventa.
Di cosa si tratta?
«Con una nuova tecnica possiamo vedere questo inquinamento bellico all’interno dei tessuti patologici. La differenza è che queste polveri sono talmente sottili che, quando respiriamo o mangiamo, le nanoparticelle non rimangono nei polmoni o nell’apparato digerente, ma attraverso il sangue possono raggiungere gli organi interni. In una ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia si è visto che queste nanoparticelle, molto più piccole di un globulo rosso, raggiungono la circolazione sanguigna in 60 secondi e il fegato in un ora. Io ho trovato queste particelle nelle gonadi, nei testicoli, nel cervello, nella tiroide, dappertutto. È chiaro che se sono nel sangue causano la leucemia, se sono nei linfonodi causano il linfoma. Di solito queste nanoparticelle vengono da temperature molto elevate ed è questa una delle ragioni per cui lavoro con i soldati».
Sono polveri che non si trovano in altre zone, ad esempio nelle zone industriali?
«Non si trovano nell’inquinamento urbano. Nelle zone industrializzate io trovo un tipo di caratteristica di polvere che ha una certa chimica. Ma l’antimonio cobalto non si trova, può star tranquilla».
Quindi vi sono sostanze che sono state trovate solo nella zona del Poligono?
«Sono talmente strane che ancora adesso non riesco a capire il perché di questo antimonio cobalto. Può essere dentro qualche bomba, non lo so. Anche perché quando c’è un’esplosione le sostanze si ricombinano tra di loro, e questo è tipico di quell’ambiente (militare ndr), non si trova dapperttutto».
Ritiene che queste sostanze siano collegate ai casi di tumore, malformazioni e leucemie?
«In questo momento sto finendo un progetto europeo da 3 milioni di euro di nanotossicologia, che si chiama Dipna, con il quale studiamo l’impatto della nanoparticella sulla cellula, e sto vedendo reazioni che si verificano nei tumori. Usando nanoparticelle nei topi, ho già indotto un tumore molto raro. Quindi, a mio avviso, c’è un percorso logico. Queste nanoparticelle non solo vanno dentro la cellula, ma vanno dentro il nucleo e le ho già fotografate a contatto con Dna, quindi c’è la possibilità che inducano un danno genetico e possono causare il cancro».
Lei esclude il fatto che questi casi di tumori e leucemie siano causati da un problema di consanguineità che esisterebbe in Sardegna?
«Chi dice questo non sa di cosa sta parlando. Le malattie genetiche da consanguineità sono altre, non sono i tumori. Non si può dare questa colpa ai sardi. Un recente articolo scientifico diceva che “il soldato si porta la guerra a casa” perché lui è contaminato, è contaminato anche il suo sperma, e lo cede alla partner insieme alla contaminazione. Le sto dicendo tutte cose che possono essere dimostrate, non sono ipotesi. Quindi chi parla della consanguineità deve dimostrare quello che dice. Inoltre non mi risulta che qualcuno sia andato a controllare se ci fossero matrimoni incrociati tra le 32 vittime di Quirra».
Cosa può dirmi dei casi di malformazione? Esclude anche lì la consanguineità?
«I casi di malformazione sono diversi, sono solo ad Escalaplano, e tra l’altro in un arco di tempo limitato. Allora se si ha la consanguineità si ha sempre, non solo in quei 3 anni. Io attribuisco quelle malformazioni ad un’attività particolare del Poligono, che ha avuto luogo in quel periodo, ma di questo purtroppo non ho nessuna dimostrazione perché non ho studiato i feti malformati di quei bambini. Quello che posso dire è che quelle malformazioni sono dovute ad un’attività specifica e limitata nel tempo. C’è stato un inquinamento particolare, me lo hanno raccontato loro, se lo ricordano ancora. Se una madre in attesa, soprattutto nei primi mesi, respira le polveri, queste colpiscono il feto attraverso il sangue. Io ho studiato diversi casi e diversi feti, quindi l’ipotesi Escalaplano tiene, anche se non ne ho la dimostrazione scientifica».
Ritiene che questi metalli pesanti possano essere trovati in qualsiasi poligono, in quanto fanno parte di una normale attività militare, o qui c’è una qualcosa in più?
«Da ciò che ho visto io è abbastanza normale, ma io ci sono stata d’estate quando non c’era attività e dopo che c’erano state le piogge. Quindi può darsi che mi sia persa qualcosa».
Noi abbiamo parlato con un militare che opera da 25 anni e ci ha detto che non vi è nulla di pericoloso e che è contento di vivere lì con la famiglia, così come tanti suoi colleghi. Cosa può rispondere?
«È possibile che queste persone non abbiano svolto le attività più sporche. Come fanno a sapere cosa c’è in una bomba che esplode? Vedono solo il fumo da lontano».
Lui ci ha detto che si occupa di tutela dell’ambiente.
«Loro non hanno neanche un laboratorio, cosa controllano? I militari hanno un vasto territorio e vi sono zone che sono “sporche”. Le loro attività emettono polveri che viaggiano anche nell’entroterra. Non c’è traffico, non ci sono industrie, quindi, da un certo punto di vista l’ambiente in alcune aree è veramente bello e sano. Però, sulle attività che vengono svolte e sull’inquinamento che viene prodotto, non si discute».
Questo inquinamento favorisce il sorgere di tumori?
«Io ci vedo una correlazione. Tra l’alto le vittime di Salto di Quirra lavoravano dentro il Poligono, così come i pastori. Se si mangia il formaggio delle pecore che hanno pascolato lì si ha la possibilità di ingerire le particelle, in quanto abbiamo visto che viaggiano anche nel latte».
Il militare da noi intervistato ha anche detto: «Se ci fosse qualcosa di dannoso saremmo tutti malati».
«Non è così, sia per le difese immunitarie, e soprattutto perché bisogna entrare in contatto con queste nanoparticelle. È così per tutte le malattie. Loro sono sani perché non fanno determinate attività. Se non hanno la possibilità di essere contaminati non possono ammalarsi. Su questo non si discute».
Le ho chiesto prima se i risultati delle ricerche hanno evidenziato una normale attività militare, e lei mi ha detto di sì…
«Più o meno sì, tranne quel feto che aveva dell’antimonio cobalto. Quella stessa sostanza l’ho ritrovata nello sperma di un soldato che è stato a Quirra ed è morto, e anche in un caso di un militare canadese che era stato nella prima Guerra del Golfo, anche lui deceduto. Allora l’antimonio cobalto deve far parte di qualche armamento, che non so se sia normale o meno. L’anno scorso il ministro della Sanità La Russa ha stanziato 30 milioni di euro per compensare le famiglie dei soldati che si sono ammalati e che sono morti per probabili esposizioni all’uranio impoverito e nanoparticelle. Io sono riuscita a fa passare questo concetto. In questo momento alcune persone hanno la pensione perché hanno dimostrato di avere delle nanoparticelle dentro il proprio corpo».
A questo punto, visto che queste nanoparticelle non sono legate all’utilizzo di nessun’arma in particolare, la soluzione sarebbe quella di chiudere il poligono?
«Io non sono così drastica. Sono per non permettere ai pastori di pascolare il bestiame nel Poligono, poi vediamo se i malati calano. Penso che sia l’unico caso al mondo: su 10 pastori che vanno dentro il Poligono 10 si ammalano di leucemia. Questo è un 100%. Non è sotto la media. I pastori fanno tutti una vita molto sana, è difficile che si ammalino in generale, poi tutti di leucemia, ma quando mai? L’altra cosa sarebbe avere più accuratezza e seguire procedure di un certo tipo. Se sai dov’è il problema puoi evitarlo».
Lei ha detto che ha lavorato con i militari e con le loro famiglie. Perché, nonostante queste malattie colpiscano anche loro, sono ancora così restii ad ammettere che vi è una connessione con il Poligono?
«Se un soldato si ammala e non si riprende neanche dopo il congedo, viene buttato fuori senza neanche la pensione. Molti di questi militari cercano di stare zitti, ma quando stai veramente male non lo puoi nascondere. Le nanoparticelle non danno una patologia conclamata, non iniziano in maniera evidente, ma con stanchezza cronica, problemi e dolori. I sintomi iniziali non sono descritti nei libri. È una collection di patologie, che poi si conclama in un cancro, linfoma e quant’altro. Quando ci si trova davanti a casi del genere i medici non sanno cosa fare, non ci sono mezzi per aiutare queste persone. Loro ti chiedono aiuto, ma tu non sai come fare. Io sono riuscita almeno a fare concedere la pensione a qualcuno. Per adesso, poi vedremo».
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Da Italian Panzer
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Riaffiora la tragedia di Quirra
da ITALIAN PANZER
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Title 2
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"Riaffiora la tragedia di Quirra. E dopo cinque anni ritorna in superficie anche il dramma di
Escalaplano e dei suoi bambini deformi, che sembrava annegato silenziosamente nel tempo e
nell’indifferenza. Li ha riportati alla superficie la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio
impoverito, che ha spedito in Sardegna i suoi consulenti per indagare su quanto è accaduto e sta
accadendo nei poligoni militari sardi. L’équipe di scienziati e di tecnici ha cominciato a raccogliere
dati e testimonianze che ora verranno interpretate attraverso modelli statistici e protocolli medici e
chimici per tentare di spiegare la lunga catena di tumori del sistema emolinfatico e la nascita di
bambini con gravi malformazioni. Se non una risposta definitiva, la Commissione parlamentare
d’inchiesta sarà comunque in grado di fornire ipotesi supportate da robusti puntelli scientifici. I
consulenti hanno illustrato alla Commissione d’inchiesta a che punto è arrivata la loro indagine che,
a quanto pare, dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Si è intanto scoperto che gli
accertamenti fatti finora nel Sarrabus, intorno al poligono interforze del Salto di Quirra presentano
molte lacune. Oppure sono incompleti. Nel caso di Escalaplano non sarebbero neppure stati fatti.
Ma ecco cosa ha riferito in Commissione la dottoressa Antonietta Gatti, ricercatrice di Scienza dei
materiali al policlinico universitario di Modena, ma soprattutto autorevole studiosa di
nanopatologie. Cioé una categoria di patologie che si sospetta siano provocate da particelle
inorganiche di dimensione nanometrica. Malattie finora classificate come criptogeniche, ovvero di
eziologia ignota. LA TESTIMONIANZA. Ma ecco cosa dice la Gatti: «C’è una dottoressa, la
dottoressa Aru, che ha svolto attività di pediatra nella zona di Escalaplano dal 1981 al 1983. Ci ha
detto che nella sua esperienza di medico non le è mai capitato di osservare la tipologia di
malformazioni che ha invece riscontrato in quegli anni e in quella determinata area, nonostante
successivamente abbia lavorato in un grosso ospedale di Cagliari». Continua la Gatti: «La
dottoressa Aru ha ipotizzato quindi che, dal 1981 al 1988 nel territorio di Escalaplano si sia
verificato qualcosa di molto particolare che ha causato malformazioni che lei ha avuto modo di
osservare solo nei libri. Ha anche ricordato che i colleghi consultati manifestarono analoga sorpresa.
Ha quindi ribadito l’ipotesi che nell’area si sia verificato qualcosa di eccezionale, di cui al momento
sembra non esserci più traccia nella zona, anche se personalmente ho trovato una malformazione in
un bambino già morto, sempre nella zona di Villaputzu». Il “caso Escalaplano” scoppiò cinque anni
fa grazie a un’inchiesta del nostro giornale, mentre si diffondevano a macchia d’olio polemiche
roventi sulla “sindrome di Quirra”, cioé l’altissima incidenza di tumori del sistema emolinfatico tra
la popolazione che vive intorno al poligono interforze. Troppe analogie riportavano alla catena di
malati e di morti tra i soldati italiani inviati in missione in teatri di guerra, soprattutto nei Balcani,
dove si era fatto largamente uso di proiettili all’uranio impoverito. L’inchiesta della Nuova riuscì a
documentare che negli anni Ottanta erano nati a Escalaplano ben undici bambini con gravi
deformità o con seri handicap fisici. A questi undici, per la verità, se ne dovrebbero aggiungere altri
due sui quali però non fu possibile trovare una documentazione certa. Si tratta comunque di un
numero abnorme di casi, che fa saltare qualsiasi fisiologia statistica. I dati di riferimento, per capire
meglio l’entità del fenomeno, sono questi: Escalaplano contava circa 2.600 abitanti e il tasso di
natalità viaggiava su un trend medio di 19-21 nascite l’anno. Il 1988 è l’anno maledetto: ben sei
nascite “anomale”, tra le quali anche un caso di ermafroditismo. L’ANNO MALEDETTO. Facile
pensare a un’unica causa, a una radice comune del dramma. E la forte concentrazione dei casi in un
arco di tempo tanto limitato, non può non far pensare all’intervento nefasto di fattori esterni, che
potrebbero aver drammaticamente condizionato la gravidanza di molte donne di Escalaplano. |
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Escluso l’uso di farmaci dannosi durante la gestazione perché lo stesso tipo di malformazioni erano
state osservate anche sugli animali. «I maiali - diceva la gente - nascevano senza occhi e senza
orecchie». Ma ci si ricorda soprattutto della nascita di un capretto mostruoso, che venne spedito
all’università di Sassari per essere esaminato. «Pensavamo che fosse colpa della nube radioattiva di
Chernobyl» dicevano a Escalaplano. Cinque anni fa furono in tanti a mettere apertamente in
relazione il dramma dei bambini deformi con la vita segreta della base. «Ci fu un periodo, il 1988, -
ci dissero - in cui nel poligono si verificavano esplosioni in continuazione. Soprattutto i ragazzi e i
bambini correvano sulla collina per vedere quelle enormi nuvole di fumo che si levavano dalla valle
dove avvenivano le esercitazioni. Erano esplosioni fortissime,, che facevano addirittura tremare i
muri delle case del paese». «E poi - ci dissero ancora - quelle nuvole di polvere venivano trasportate
dal vento verso il paese. Era uno spettacolo che, in qualche modo, aveva un suo fascino: il paese
diventava bianco, come se fosse caduta la neve». Ma la spedizione degli esperti della Commissione
parlamentare d’inchiesta ha consentito di mettere a fuoco una serie di altri dati inquietanti. Sempre
la dottoressa Antonietta Gatti: «Il comune di Villaputzu è collocato a sud rispetto al poligono del
Salto di Quirra ed è vicinissimo ad altri due paesi, Muravera e San Vito, che hanno più o meno gli
stessi abitanti: c’è un fiume che divide il territorio in due zone: al di là del fiume le patologie
riscontrate sono in misura otto volte maggiore rispetto a quelle verificate al di qua del fiume. Esiste
quindi un dato locale che, a mio avviso, non può essere mediato sulla realtà industriale della
Sardegna». Ma i consulenti della Commissione hanno parlato anche di forti discrepanze tra il
numero dei malati certificato dalle statistiche ufficiali e le informazioni invece raccolte da comitati
spontanei di cittadini. E che dire, poi, della testimonianza di un geologo che ha parlato di tre
sorgenti «di tre colori diversi: marrone, verde e giallo» all’interno del poligono? Un rilevamento
fatto a seicento metri d’altezza. «Essendo i paesi molto più in basso rispetto al poligono - ha detto la
Gatti - è possibile che ci sia stato un inquinamento delle falde acquifere. Considerato inoltre che
sull’altipiano sono stati e continuano a essere distrutti armamenti - ho camminato su una discarica a
cielo aperto, credo che questo sia il termine che meglio chiarisce la situazione - è possibile che
l’inquinamento delle falde sussista tuttora». STATISTICHE PAUROSE. E ancora: come interpretare
il fatto che «il trenta per cento dei pastori sia stato colpito da leucemia»? Un dato sicuramente unico
in Italia. E poi: il 25% degli ammalati «è costituito da lavoratori di una ditta che presta servizio nel
poligono interforze; quindi si tratta di civili, ai quali si devono aggiungere anche due militari». Si è
parlato anche di Teulada. La presidente Lidia Menapace ha riferito infatti il parere del generale
Luigi Ramponi, membro della stessa Commissione, secondo il quale si tratterebbe di una «zona
contaminata». Secondo due consulenti, Armando Benedetti e Domenico Leggiero, merita una
grande attenzione anche il poligono di Capo Frasca dove si sono esercitati gli aerei americani A-10
Shark face, detti anche le cannoniere volanti. Si tratta di micidiali aerei anticarro capaci di
“vomitare” fino a 4.200 proiettili all’uranio impoverito grazie al cannone rotante GAU-8 Avenger.
Intanto, ieri mattina il presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu ha accolto la richiesta
avanzata dal capogruppo di Rifondazione Luciano Uras di inserire nell’ordine del giorno la
discussione sulla proposta di istituire una commissione regionale d’inchiesta «sullo stato di salute
dell’ecosistema sia nei territori direttamente interessati dall’attività militare sia nei territori vicini».
La proposta venne fatta da un gruppo di consiglieri regionali nel dicembre di due anni fa. Primo
firmatario, il consigliere di Rifondazione Paolo Pisu. " |
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kontroinformazione
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lunedì, 01 febbraio 2010
Interessante intervista pubblicata su La Nuova Sardegna (autore Pier Giorgio Pinna, un'altra importante intervista era stata raccolta da Piero Mannironi un anno fa) alla ricercatrice Antonietta Morena Gatti, direttrice del Laboratorio dei biomateriali dell'Università di Modena ed uno dei maggiori esperti in materia di nanopatologie. Particelle infinitesimamente piccole (le nanoparticelle) di materiali esplodenti e di metalli, quali il tungsteno, possono provocare tumori gravissimi e, forse, malformazioni.
E' il caso di vederci chiaro, finalmente ed una volta per tutte, con trasparenza e senza guardare in faccia a nessuno. Lo sosteniamo da tempo. Infatti le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d'Intervento Giuridico in diverse occasioni se ne sono occupate, ma tuttora non vi sono risultati certi e definitivi. L'Assessorato regionale della difesa dell'ambiente (nota prot. n. 15565 del 29 aprile 2004) e l'Azienda U.S.L. n. 8 (nota prot. n. 2942/95 del 23 aprile 2004) hanno risposto con una voluminosa serie di documentazioni alla richiesta di informazioni a carattere ambientale inoltrata (nota del 17 marzo 2004) dalle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d'intervento Giuridico e rivolta alle amministrazioni pubbliche competenti (Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, Assessorato regionale della difesa dell'ambiente, Aziende USL n. 8 e n. 3, Comuni di Villaputzu e di Escalaplano) sulle insorgenze tumorali e sulle malformazioni verificatesi nell'area di Quirra, vicino al Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze, nei Comuni di Villaputzu e di Escalaplano. Specificamente era stato richiesto:
* dati e/o statistiche relative ad indagini e/o rilevamenti della presenza di sostanze tossiche a terra e/o nel sottosuolo nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano, a decorrere dall'1 gennaio 1980;
* dati e/o statistiche relativi a casi di aborti terapeutici e nascite con bambini presentanti malformazioni e handicap fisici relativi a soggetti residenti nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano a partire dall'1 gennaio 1980;
* dati e/o statistiche relativi alle cause di mortalità di soggetti residenti nei territori comunali di Villaputzu e di Escalaplano a partire dall'1 gennaio 1980;
* eventuali indagini epidemiologiche svolte riguardo insorgenze tumorali nei Comuni di Villaputzu e di Escalaplano finalizzate all'individuazione delle cause e relative al periodo decorrente dall'1 gennaio 1980.
Già nella primavera del 2002 vennero effettuate analoghe richieste e le Aziende USL competenti comunicarono che gli accertamenti epidemiologici ed i monitoraggi ambientali erano in corso. A distanza di diversi anni - con numerose notizie stampa in merito - vi sono dati definitivi ? Dalle risposte pervenute sembra proprio di no. Ancora.
Infatti, con deliberazione Giunta regionale n. 2/1 del 21 gennaio 2003 era stato fatto il punto dello stato di attuazione del programma di interventi relativo alla "compromissione ambientale del Salto di Quirra" stabilito con la precedente deliberazione n. 8/3 del 14 marzo 2002. I risultati sono stati i seguenti:
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era stato avviato il programma per la valutazione del rischio chimico-tossicologico per la prevenzione della salute della popolazione all'esposizione di alte concentrazioni di metalli pesanti (importo 130.000,00 euro) da parte del P.M.P. dell'Azienda U.S.L. n. 8;
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era stata avviata l'indagine da parte dell'Istituto zooprofilattico sperimentale della Sardegna sulla catena alimentare al fine di evidenziare eventuali presenze di metalli pesanti ed arsenico oltre i limiti di legge (importo 59.000,00 euro);
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i primi dati raccolti dal Servizio igiene pubblica dell'Azienda U.S.L. n. 8 esclusivamente sui dati relativi ai ricoveri ospedalieri dei residenti nel Comune di Villaputzu (in particolare fra il 1998 ed il 2001) non avrebbero evidenziato alcuna anomalìa, tuttavia dovrebbero essere completati da specifica indagine epidemiologica sulla popolazione interessata al fine di verificare eventuali patologie direttamente collegabili alla presenza dell'attività mineraria e dei relativi residuati (importo complessivo 150.000,00 euro);
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è stato accelerato il monitoraggio delle acque superficiali ai sensi del decreto legislativo n. 152/1999 e successive modifiche ed integrazioni dell'area in esame (avviato nel marzo 2002 in tutto il territorio regionale) ed è stata realizzata una stazione di prelevamento sul Rio Quirra: in merito non sarebbero stati evidenziati inquinamento da arsenico a valle del Rio Corr'e Cerbu;
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è stato effettuato uno screening su un campione di n. 150 volontari (50 % residenti civili, 50 % dipendenti militari e delle Società Socam e Vitrociset) residenti nella zona di Quirra: fino al 13 novembre 2002 "non è emersa alcuna patologia immediatamente correlabile all'inquinamento", tuttavia l'indagine è stata limitata (vds. nota Azienda U.S.L. n. 8 prot. n. 2942/95 del 23 aprile 2004) di fatto a sole 131 persone;
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con deliberazione Giunta regionale n. 39/46 del 10 dicembre 2002 è stato concesso un finanziamento di 150.000,00 euro al Comune di Villaputzu per la realizzazione del piano di caratterizzazione (art. 17 del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni, D.M. n. 471/1999) dell'area (la cui realizzazione è stata affidata dall'Assessorato regionale della difesa dell'ambiente alla Progemisa s.p.a. nel luglio 2002);
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i Comuni di Villaputzu e di San Vito hanno adottato ordinanze contingibili ed urgenti (rispettivamente la n. 20 del 14 novembre 2002 e la n. 41 del 5 agosto 2002) relative al divieto di utilizzo di ampie aree lungo il corso del Rio Corr'e Cerbu a partire dalla miniera dismessa di Baccu Locci (circa 8 km.).
L'Azienda U.S.L. n. 8, dopo le indagini effettuate, ha sottolineato che "è evidente la necessità di sviluppare ulteriormente l'osservazione epidemiologica ed ambientale con uno studio sia retrospettivo che prospettico" . Il P.M.P. dell'Azienda U.S.L. n. 8 (nota prot. n. 2626 del 27 febbraio 2003), al termine di un'indagine preliminare condotta con prelievi di terreno e sedimenti nell'alveo e nelle vicinanze del Rio Corr'e Cerbu e del Rio Quirra, afferma di aver riscontrato l'assenza da contaminazione da "uranio impoverito", mentre sono risultati presenti "quantità elevate di metalli pesanti ed in particolar modo di arsenico" (fino 1.402 milligrammi/kg. In campione di terreno agricolo senza sedimenti prelevato alla confluenza del Rio Quirra con il Rio Corr'e Cerbu) lungo tutto il corso del Rio Corr'e Cerbu, anche nei campioni di acqua prelevati: "il quadro ambientale ... appariva molto critico per l'alta potenzialità dei metalli tossici capaci di interessare anelli decisivi della catena alimentare". Il medesimo P.M.P. afferma di ritener necessario il completamento di tutte le indagini ambientali in materia per averne un quadro affidabile.
Bisogna completare, quindi, i programmi di indagine ed i tempi appaiono fin troppo lunghi per tematiche così importanti. Sembra ancora una volta doveroso ricordare che le indagini sanitarie ed epidemiologiche, nonché i monitoraggi ambientali, devono essere continui, efficaci, trasparenti e pubblici soprattutto quando si riferiscono a "dubbi" sanitari per la popolazione e ad aree di rilevante interesse ambientale. Nell'ottobre 2007 l'allora Ministro della difesa Arturo Parisi, sardo, ha dichiarato che "In questo quadro sarà possibile avviare un monitoraggio sistematico del poligono di Salto di Quirra", aggiungendo che "l'Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri". Nei giorni scorsi, l'attuale Ministro della difesa Ignazio La Russa ha riconosciuto la rilevanza del problema ed ha ottenuto uno stanziamento di 30 milioni di euro da parte del Governo per indennizzi in favore dei militari colpiti da simili eventi tumorali. Tutto questo deve essere fatto con la massima serietà, senza sensazionalismi da un lato e senza sospetti di insulse accuse di "boicottaggio" ai danni di chicchessìa. La salute della popolazione e la sicurezza ambientale valgono immensamente di più che qualche ventilato "investimento turistico".....
Amici della Terra e Gruppo d'intervento Giuridico

da La Nuova Sardegna, 30 gennaio 2010
«Esposizioni da nanoparticelle a Quirra». Rivelazioni di Antonietta Gatti, autorevole studiosa che ha campionato il poligono. Pier Giorgio Pinna
PERDASDEFOGU. «Due anni fa, durante un'audizione in Parlamento, ho fatto mettere top secret i risultati delle mie analisi al poligono militare di Perdasdefogu tra il 2007 e il 2008. Adesso che da tempo la commissione d'indagine ha smesso di operare e che quel vincolo non esiste più, posso dirlo liberamente: dai sopralluoghi sui terreni della base sono risultate esposizioni da inquinamento ambientale, dovute anche a nanoparticelle. Problemi che non interessano soltanto i dipendenti del poligono. Il discorso riguarda tutti: pastori, contadini, civili, animali che vivono nella zona. Persino la vegetazione può essere, in certe situazioni, contaminata».
Le rivelazioni sono clamorose. Soprattutto perché a farle è Antonietta Gatti, che a studiare le malattie provocate dalle nanoparticelle ha passato una vita. Esaminando le conseguenze di questi frammenti infinitesimali, capaci di raggiungere il nucleo delle cellule e provocare una morte lenta, è stata proprio lei, negli Anni '90, a definirle «nanopatologie». Adesso la ricercatrice è tornata in Sardegna. E a poche ore dalla presentazione del libro scritto da Giuliano Campus «Il pettine senza denti», che ha sullo sfondo Perdasdefogu, non nasconde l'amarezza per una serie di carenze e inerzie. «La Difesa e i vertici militari hanno cominciato una campagna di monitoraggi di cui conosceremo i risultati tra breve - spiega - Insomma, si sono mossi: hanno fatto il loro dovere sino in fondo. Invece, nonostante io abbia ufficialmente segnalato la questione sia all'allora assessore regionale alla Sanità, Nerina Dirindin, sia al responsabile dell'Asl, Gino Gumirato, non mi risultano iniziative analoghe da parte dell'Arpas o di altri organismi. E se comunque ci fossero stati interventi, io non ne ho avuto notizia». Fisico e bioingegnere, direttore del laboratorio sui biomateriali all'università di Modena, Antonietta Gatti è stata consulente di due commissioni parlamentari d'inchiesta sull'uranio impoverito, il metallo del disonore. Una era guidata dal centrosinistra, l'altra dal centrodestra. Ma finora la carriera della ricercatrice non è stata semplice. Troppi gli interessi in gioco perché la semplice indagine scientifica facesse il suo corso senza ostacoli o ingerenze.
- Oggi si riparla sempre più di Sindrome dei Balcani: nella sua visita a Villaputzu, questo pomeriggio, alle 17, darà altri particolari sulle sue indagini?
«Mah, sono cose delicate. E io voglio troppo bene ai sardi per non rendermi conto di quali possano essere le implicazioni economiche e sociali di una determinata affermazione. Ribadisco solo che, quando ho avvertito le autorità sanitarie di ciò che avevo trovato esaminando campioni come le mie scarpe e altri oggetti, la questione non è stata compresa a sufficienza».
- Per quali ragioni?
«Non lo so. Da parte mia penso di aver chiarito molto bene che l'ambiente interessato non è confinato al perimetro del poligono, non si esaurisce in quei 120 km quadrati di terra. Tutte le attività umane attorno sono soggette a esposizioni che necessitano di ulteriori verifiche, di precisi riscontri. Quelle polveri che io ho trovato, del resto, possono avere tante origini. Ma quella zona non è come Ottana, Sarroch o Portoscuso. Là non ci sono industrie».
- E allora?
«Beh, è vero che nelle esercitazioni si usa poco esplosivo. Ma lo si usa comunque. E se anche le esplosioni sono simulate, bisogna capire sino in fondo quali sono gli effetti di una combustione ad alte temperature, verificare bene l'impatto sull'ambiente circostante. E solo al termine trarre conclusioni».
- Sta dicendo che è presto per dare un giudizio?
«Io non sono buonista. Quel che m'interessa è valutare i dati e fare prevenzione. E se là ci sono stati problemi, dobbiamo comprendere che cosa fare concretamente contro i rischi».
- Qual è la sua valutazione sul recente studio del fisico Massimo Coraddu e altri specialisti sull'incidenza delle leucemie a Quirra, 15-20 volte superiore alle medie sarde?
«I dati si basano su un discorso epidemiologico. Per intenderci, lo screening di massa che avrebbe dovuto fare la Regione. Il campione esaminato in quello studio, 400 persone a quanto mi dicono, mi sembra a ogni modo troppo esiguo rispetto ai canoni classici delle indagini sulle patologie della popolazione. È senza dubbio preferibile concentrarsi invece sulle cause, individuarle e combatterle».
- Come si conciliano questi aspetti col fatto che i vertici militari del poligono parlano di radioattività a terra inferiore alla media nei campioni analizzati?
«Un fatto deve risultare chiaro: qui non ci riferiamo a situazioni come quelle derivate in Giappone dall'esplosione delle bombe atomiche. Durante la seconda guerra mondiale, naturalmente, è stato possibile stabilire una correlazione diretta tra causa ed effetti. Nel nostro caso è del tutto lecito e verosimile che il Comando di Quirra abbia tra le mani dati attendibili. Anche perché l'inquinamento da radiazioni, se c'è, non sparisce dalla sera alla mattina».
- Dunque qual è il punto controverso?
«In realtà, sempre lo stesso: dovremmo avere in mano gli elementi di valutazione raccolti dall'Arpas. E, non avendoli, attendiamo almeno i risultati della campagna di monitoraggi avviata dal ministero della Difesa».
- Perché gli orientamenti su questi fenomeni sono tanto controversi?
«Dipende dagli angoli visuali da cui si osserva la faccenda. Ma personalmente non credo che lo Stato italiano abbia risorse per sperimentare a Quirra o altrove proiettili all'uranio impoverito».
- Le industrie belliche che possono prendere in affitto il poligono, però, i soldi ce li hanno, e molti.
«Sicuramente. Ma non so se davvero qualcuno nel nostro Paese lavori in questo campo e su questa direzione. E credo che nel caso di Quirra la questione sia maggiormente legata all'addestramento di reparti scelti e ai sistemi di puntamento a guida laser».
- Proprio nei giorni scorsi, per la prima volta, la famiglia di un militare sardo ha ottenuto un risarcimento milionario: il soldato era morto dopo una missione in Bosnia. È un riconoscimento dell'esito dei suoi studi?
«Non sta a me dirlo. Ma in fondo credo sia così. Il 3 marzo dell'anno scorso è stato introdotto nell'ordinamento un decreto del presidente della Repubblica. Il suo scopo è prevedere possibilità di tutelare una serie di categorie. E, più esattamente, personale militare e civile italiano impiegato in missioni all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti di stoccaggio dei munizionamenti, nei teatri di conflitti bellici, nel settore della cooperazione o di organizzazioni non governative. Analoghe misure riguardano i cittadini italiani residenti nelle zone adiacenti le basi nel territorio nazionale e i loro familiari».
- Quali patologie prende in considerazione questa normativa?
«Nel decreto si fa riferimento a tutti i soggetti di cui parlavo prima che abbiano contratto menomazioni invalidanti o siano deceduti a causa dell'esposizione all'uso di uranio impoverito e della dispersione di nanoparticelle derivate dalle esplosioni. Che siano frammenti infinitesimali tanto microscopici quanto capaci di provocare danni devastanti, del resto, è stato ormai ampiamente provato negli anni».
- Com'è stato possibile raggiungere questa certezza?
«Ciò a cui accenno rappresenta l'esito di un lungo, complesso, articolato lavoro. Frutto di due progetti di ricerca europei: uno da un milione e l'altro da tre milioni di euro. Con il coinvolgimento di dipartimenti e istituti prestigiosi di mezza Europa».
- Tuttavia, il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga continua a escludere la presenza di uranio impoverito in Sardegna.
«E io posso essere d'accordo con lui. Per tanti motivi. Credo infatti che le misure sulla radioattività nei poligoni dell'isola siano attendibili».
- Ma a ogni modo perché pastori e contadini, che vivono vicino a queste basi militari, sono esclusi da qualsiasi possibilità di accedere a eventuali indennizzi?
«È una domanda alla quale non posso rispondere. La questione, certo delicata, non rientra fra quelle di mia stretta competenza».
- Le malattie a cui lei fa riferimento, dottoressa Gatti, sono riconducibili solo alle nanoparticelle o ne esistono altre derivate dalle emissioni ionizzanti?
«Su questi argomenti va fatta una premessa metodologica alla quale mi attengo con estremo rigore. Io sono come San Tommaso: se non vedo e non tocco con mano, non credo. Voglio dire che sono situazioni nelle quali ci si deve muovere sempre sul terreno pratico. Insomma, mi limito a sottolineare che, se io riscontro la presenza di polveri nei tessuti patologici degli organismi umani, vorrei capire da dove provengono. Perché è questo che mi sembra il percorso corretto».
- È vero che di recente trova difficoltà nel lavoro?
«Sì, ne incontro da un po'. E se mi chiede il motivo non ho problemi a rispondere: alcune volte i risultati delle mie ricerche non piacciano a tutti, anche in campo civile».

http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it//Veleni__Piccoli__ma_tossici_e_mortali__2032858.shtml
I pacifisti chiedono la chiusura della base e l'avvio di una vera bonifica
Quirra, i pastori muoiono di leucemia
La Gatti: «In certe zone del poligono non cresce più l'erba»
Dieci allevatori morti in pochi anni. La consulente della Difesa, Antonietta Gatti, sostiene che si possa ancora porre rimedio ai danni.
VILLAPUTZU Dieci pastori di Quirra malati tutti di leucemia, loro che avevano sempre condotto una vita sana all'aria aperta, sono un indizio. Aver scoperto poi che in una zona del poligono militare non cresce più l'erba, ha rafforzato i dubbi di Maria Antonietta Gatti, bio-ingegnere dell'Università di Modena. La prova di un inquinamento grave capace di causare tumori e morti è arrivata dopo: «Con il super microscopio elettronico ho trovato polveri sottilissime di metalli nelle foglie di lentischio prelevato a Quirra e nelle scarpe che avevo adoperato durante un sopralluogo nella base, e poi nei linfonodi, nel fegato, nei reni, nello sperma dei soldati e dei civili malati. Le stesse che avevo scoperto nei tessuti dei militari reduci della missioni nell'ex Jugoslavia. Nanoparticelle che per forma e dimensione possono essere causate solo da combustioni a certe temperature e da esplosioni: ci sono metalli combinati tra loro che non esistono sui libri». L'uranio impoverito sarebbe il mandante, non il killer: «Ma io non l'ho mai trovato nei reperti. Le mie ricerche hanno comunque dimostrato il nesso tra le guerre (anche simulate) e l'insorgenza dei tumori».
Per Maria Antonietta Gatti, Quirra è un laboratorio a cielo aperto, «dove tutto non è ancora compromesso, a patto di studiarlo. L'ho detto davanti la commissione parlamentare, l'ho ripetuto, restando inascoltata, alla Regione. Utilizzando certi accorgimenti, evitando certe sperimentazioni, adottando certe procedure, l'attuale rischio per civili e militari possa essere tenuto sotto controllo. Un po' come è successo con l'Aids: si è scoperto che con un preservativo ed evitando il contatto con il sangue si poteva evitare il contagio».
L'occasione per parlare di tutto questo è stata la presentazione di un libro, "Il pettine senza denti" di Eugenio Campus, organizzata dall'associazione culturale Orrea di Elisabetta Pitzurra e Massimiliano Meloni a Villaputzu. Romanzo-denuncia, ha spiegato l'autore, con uno sguardo nel futuro, nel 2032: «Nella storia - dice Campus - la zona militare in quegli anni sarà chiusa con tutti i suoi veleni».
Quei veleni sono attuali anche oggi. Antonio Pili, medico oncologo ed ex sindaco di Villaputzu, il primo che ha denunciato i casi sospetti di tumori nella frazione di Quirra, ha lanciato la proposta di un referendum popolare: «Forse negli anni '60 il poligono è servito sia ai militari che alla popolazione civile, adesso è il tempo di proporre questa domanda agli abitanti: è giusto barattare un posti di lavoro n cambio della vita propria o di un familiare?».
Mariella Cao, del comitato Gettiamo le basi, ha contestato il monitoraggio ambientale in corso del Ministero della Difesa: «Serve per l'acquisto di apparecchiature e per dimostrare che è tutto pulito, non per cercare la verità. La scoperta delle polveri di guerra cancerogene impone di chiudere immediatamente il poligono, come prescrive l'Onu, e di avviare la bonifica. I fondi stanziati nel 2007 sono spariti nel bilanci dello Stato, dirottati altrove».
Il fisico Massimo Coraddu dell'Università di Cagliari ha proposto un recente studio epidemiologico fai-da-te del Comitato per la tutela ambientale del Sarrabus: «I casi di umore, considerando militari e civili che abitano e lavorano a Quirra, sono 10 volte superiori alle statistiche nazionali. Considerando solo le leucemie si arriva a dati choc (16 volte). In dieci anni dal 1998 al 2008 abbiamo contato 15 morti in una popolazione di 7-800 persone. C'è il sospetto che siano inquinate le falde d'acqua di Villaputzu e che ogni accensione di missili vicino a Torre Murtas sia una fabbrica di nano particelle». E la dottoressa Gatti annuisce.
I militari? Invitati e non pervenuti.
http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=20100201&Categ=8&Voce=1&IdArticolo=2424116
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